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Quanto siamo responsabili di ciò che accade dopo una nostra parola, una scelta, un gesto compiuto con intenzioni che credevamo di conoscere?
È da questa domanda che Calogero Gagliano costruisce Il mio aquilone, un saggio narrativo nel quale l'esperienza personale diventa materia di interrogazione senza essere trasformata in esempio morale.
Il punto di partenza è spesso qualcosa di concreto: una festa ricordata molti anni dopo, un vantaggio al quale sarebbe conveniente non rinunciare, una discussione durante la quale una frase resta inespressa, una lettera scritta e mai consegnata. Episodi diversi fanno emergere la stessa difficoltà: attribuiamo facilmente alle nostre intenzioni il potere di spiegare ciò che abbiamo fatto, mentre le conseguenze entrano nella vita degli altri e possono assumere un significato che non avevamo previsto.
Anche aiutare, consigliare, proteggere o mettere a disposizione ciò che sappiamo diventa meno semplice quando la presenza dell'altro smette di coincidere con l'idea che ci siamo fatti del suo bene. La responsabilità comincia allora a separarsi dal desiderio di avere ragione e dalla possibilità di controllare il risultato.
Nel cuore del libro ritorna un ricordo dell'infanzia. Una mano tiene la corda di un aquilone e ne avverte la pressione cambiare sotto le dita. La presa conta, incide sul volo, deve reagire a ciò che sente. Il vento, però, viene da altrove.
Quell'immagine accompagna la domanda più difficile del saggio: come rispondere delle proprie azioni quando una parte decisiva di ciò che produrranno rimane fuori dal nostro dominio?
La questione raggiunge Calogero Gagliano nel rapporto con i nipoti. Ciò che avrà cercato di trasmettere potrà essere accolto, modificato, frainteso o lasciato cadere. L'esperienza di una vita non gli concede il diritto di decidere in anticipo quale significato avrà per chi viene dopo.
Il mio aquilone esplora così una forma di responsabilità che continua anche dove termina la nostra capacità di governare gli effetti. Una responsabilità che chiede di riconoscere la propria parte senza appropriarsi di quella degli altri.
Szia! Libroamiko vagyok, a könyvtanácsadód.
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