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Sono trascorsi dieci anni dalla prima edizione di Mafia Caporale. Un libro che non ha mai smesso di muoversi e di muovere parole, coscienze e politiche. Allora si accese un dibattito intorno all’efferatezza degli sfruttatori e alla fragilità degli sfruttati come li avevo narrati. In questo decennio che mi separa dall’uscita del primo Mafia Caporale, la metastasi dello sfruttamento si è allargata a macchia d’olio generando la caduta in povertà di un numero incalcolabile di lavoratori e di lavoratrici. Nuovi schiavi? In alcuni casi sì, in altri casi italiani di una classe media impoverita e rassegnata: prossimi a un collasso psico-sociale senza precedenti. Mafia Caporale ha debordato creando una generazione di nuovi sfruttati dove le connessioni e le eterogeneità individuali sono sì reali ma non riconosciute da chi ne fa parte. Perché non c’è uno specchio che aiuti gli sfruttati a vedersi per quello che sono, a riconoscersi come una sola forma sociale vivente.
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